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MoCA Modern Contemporary Art

About

MoCA is a cultural association born in 2007 to enhance each form of art in order to rise public awareness and to introduce people to art. MoCA has also the purpose of promote contemporary art and support emerging artists creating cultural international events and a growing international network of opportunities, relationships and communication among artists, people on the ground (insiders), media.
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Dicembre 2016
ART MARKET OPPORTUNITIES
Fotostorie. La Narrative Photography
a cura di Dionisio Gavagnin

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Dan Graham, Homes for America, 1966,
Two-page spread originally published in Arts Magazine,
December 1966–January 1967.
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Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale n. 4, 1972,
Dittico: fotostrip e dattiloscritto, (Biennale di Venezia, 1972)

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Douglas Huebler, Duration Piece #5, 1969,
fotografie e testi

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JOCHEN GERZ, Aufstand der Werkzeuge, 1974,
gelatin silver prints, 1 offset print and text

Nell’ attuale mercato dell’arte moderna e contemporanea vi sono “buchi neri” entro i quali sembrano essere scomparsi interi movimenti artistici che pure hanno fatto la storia dell’arte. Un caso clamoroso è, ad esempio, il Novecento italiano, il movimento promosso nel 1922 da Margherita Sarfatti, con artisti come De Chirico, Tosi, Casorati, Sironi, Funi, Oppi, Guidi, Arturo Martini, ecc., le cui opere passano ultimamente in asta a valori così depressi da essere persino offensivi. Varrà la pena di ritornare sul Novecento italiano, sul quale grava purtroppo ancora un giudizio critico di natura più “politica” che estetica, stante l’imprimatur col quale il regime fascista volle marchiare il movimento. Ma, per restare a tempi più vicini a noi, voglio qui ricordare la vicenda del tutto originale ed innovativa della Narrative Photography; corrente artistica che nel corso degli anni ’60-’70 accomuna artisti di varia nazionalità nella ricerca di una via discorsiva ed immediatamente comprensibile dell’arte concettuale. Nata all’inizio degli anni ’60 come reazione all’informale, l’arte concettuale aveva raggiunto verso la fine del decennio un tale livello minimale ed astratto da considerare opera d’arte solo le “proposizioni analitiche” (Wittgenstein), e cioè il grado pre-formativo del pensiero. Al limite di questo percorso verso la dematerializzazione dell’opera d’arte si ha, in Kosuth, che “Art is the definition of art” (1).
Da questa idea di arte, che rischiava di confinarsi volontariamente in un limitato circuito intellettualistico ed autoreferenziale, si erano svincolati fin dalla metà degli anni ’60 alcuni artisti, pure dell’area concettuale ma tuttavia attenti ad una funzione sociale dell’arte. Ed Ruscha (1937) col libretto autoprodotto Twentysix Gasoline Stations che esce in poche copie a Los Angeles nel 1963, Dan Graham (1942) con l’articolo Homes for America pubblicato sul numero di dicembre 1965 - gennaio 1966 di Arts Magazine, e Robert Smithson (1938-1973) col reportage The Monuments of Passaic, apparso sul numero di dicembre 1967 di Artforum, segnano l’inizio di questa nuova tendenza, che declina il concettuale verso forme discorsive di tipo narrativo, e nel quale la fotografia diviene elemento essenziale di una comunicazione mediatica apparentemente tradizionale (il libro, la rivista), ma che si avvale di una strategia progettuale e compositiva particolare, che trasferisce il testo dall’ordinario obiettivo documentativo a quello, implicito, della critica alla pratica artistica concettuale e del fare arte in generale.

Da questi contributi seminali spunteranno negli anni successivi (tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70) artisti di straordinario interesse come il francese Christian Boltanski (1944), l’italiano Franco Vaccari (1936), gli americani Douglas Huebler (1924–1997) e Bill Beckley (1943), l’inglese Peter Hutchinson (1930), i tedeschi Ingeborg Lüscher (1936) e Jochen Gerz (1940), ognuno con una sua specifica cifra stilistica, ma accomunati da un utilizzo composito dei mezzi (fotografia, scritti, oggetti, ecc.) tra i quali la fotografia diviene, come in uno story-board video-cinematografico, la traccia di riferimento per una lettura facilitata della narrazione, che è il più delle volte racconto di una esperienza, talvolta di una esperienza che prevede la partecipazione attiva, formativa, del pubblico, come nelle “Esposizioni in tempo reale” di Franco Vaccari.
Con un incomprensibile ritardo la critica ed il mercato sembrano oggi accorgersi, invero ancora troppo timidamente, della Narrative Photography, quando invece tutti i principali musei del mondo, le più importanti rassegne internazionali di arte contemporanea (Biennale di Venezia, Dokumenta Kassel, ecc.), ed il collezionismo privato più attento, hanno da tempo riconosciuto l’alta qualità artistica dei principali esponenti del movimento. I prezzi di mercato di opere primarie degli anni ’60-’70 di questi artisti sono infatti ancora modeste, e del tutto abbordabili anche da parte del collezionismo medio e piccolo. Ad esempio, per Dan Graham, la serie delle Houses, vintage, opere degli anni ’60, viene aggiudicata a prezzi che vanno dai 5-6 mila dollari sino ad un massimo di 22 mila dollari, valore raggiunto con New Houses behind Chain Link Fence, Jersey City, N. Y., 1966, cm. 63,5 x 53,8, venduta da Sotheby’s a New York l’11 maggio 2011. Per Douglas Huebler, che tra gli artisti sopra citati è il più costoso, il record d’asta è stato raggiunto da Christie’s a Londra il 29/09/2016 alla First Open, Post-War and Contemporary Art, con Variable Piece n. 101 del 1973, cm. 80 x 94,5, con 52.500 sterline diritti d’asta compresi; ma suoi importanti pezzi storici (i Variable Pieces e i Duration Pieces degli anni ‘70) sono ancora accessibili a cifre che vanno dai 25 ai 35 mila Euro.


I lavori di Narrative Photography di Christian Boltanski, anni ’70, costano anch’essi al massimo 15-20 mila Euro, come nel caso della Vitrine de refèrènce del 1974, cm. 79,5 x 62,5 x 113,5,  venduta recentemente a Parigi da Christie’s (il 10/06/2016) a 16.250 Euro diritti d’asta compresi. Per gli altri artisti sopra citati i prezzi di aggiudicazione per opere uniche degli anni ’70 vanno dai 2-3 mila Euro sino ad un massimo di 10-15 mila Euro. L’attuale risveglio di interesse commerciale per l’arte concettuale non potrà non far lievitare nel breve-medio termine anche le quotazioni della Narrative Photography: una opportunità da non perdere!

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DIONISIO GAVAGNIN
ITALY

Art Advisor
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1. Cfr. J. Kosuth, Art after Philosophy, 1969. Testo in http://www.lot.at/sfu_sabine_bitter/Art_After_Philosophy.pdf

Settembre 2016
ART MARKET OPPORTUNITIES
La scena artistica contemporanea in Romania
a cura di Dionisio Gavagnin

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Geta Brătescu, 'Atelier Continuu',
Installazione, Galerie Barbara Weiss,
Berlino, Maggio 3 – Luglio 26, 2014
© Geta Brătescu
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Ana Lupas, The Solemn Process,
installazione

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Ion Grigorescu,
Marica la mare III, 1974

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Daria D. Pervain,
titolare della Galeria Sabot, Cluj

Non c’è da stupirsi della recente esplosione delle aggiudicazioni d’asta di Adrian Ghenie (Baia Mare, Romania, 1977), con il record di 4,5 milioni di dollari realizzato alla Sothebys’, Contemporary Art Evening Auction, Londra, il 10/02/2016 (lotto n. 7: The Sunflower in 1937, olio su tela del 2014, cm. 280x280).
Fino al febbraio del 2013 il record d’asta di Ghenie era stato stabilito a Parigi da Tajan in occasione della Vente au Profit de la Fabrica de Pensule, Cluj, 23/04/2012, con 69 mila dollari.
In poco più di 4 anni i prezzi delle opere di Ghenie si sono decuplicati.
Vi sono anche ragioni speculative in questa ascesa repentina delle quotazioni di un giovane artista dell’Est Europa, indubbiamente bravo ma modestamente innovativo (per me, assomiglia sin troppo a Bacon); e tra queste, l’ingresso nella “scuderia” della potentissima Pace Gallery di New York/Londra.
Sarebbe tuttavia fuorviante attribuire il successo commerciale di Ghenie al solo fattore speculativo: si tratta comunque di un artista solido, con un valido curriculum formativo, e con mostre personali alla Tate Liverpool, alla Prague Biennial, al San Francisco Museum of Modern Art, alla Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze, e che nel 2015 ha rappresentato la Romania alla Biennale di Venezia.
Il fatto è che, salvo poche eccezioni (come, ad esempio, il polacco Roman Opalka), fino a pochi anni fa l’arte contemporanea dei Paesi dell’Est Europa era poco conosciuta, poco studiata, e ampiamente sottovalutata dal mercato.
Oggi, il rischio di far esplodere una “bolla speculativa” sui super-quotati artisti delle Major Galleries internazionali (vedasi per tutti un Damien Hirst o un Jeff Koons) sta orientando il mercato che conta (ed importanti Istituzioni museali) verso la riscoperta di un mondo artistico, quello dei Paesi dell’Est Europa, che presenta indubbiamente vari motivi di interesse, non ultimo, ovviamente, quello economico.

Per limitare il nostro succinto esame della scena artistica contemporanea alla Romania (su altri Paesi dell’Est Europa torneremo magari in un prossimo intervento), oltre a Ghenie vi sono in effetti altri notevoli artisti, giovani e meno giovani, che andrebbero opportunamente considerati sia dalla critica che dal collezionismo internazionale.
Mircea Cantor, nato nello stesso anno di Ghenie (1977), ha acquisito rilevanza internazionale nel 2005 con una mostra di video, installazioni e fotografie presso la Galleria Yvonne Lambert/USA, e con le successive esposizioni personali al Tel Aviv Museum (2006), al Philadelphia Museum of Art (2006), alla Modern Art di Oxford (2008), alla Kunsthaus di Zurigo (2009), alla Kunsthalle di Numberg (2011), al MACRO di Roma e al Centre Pompidou di Parigi (2012), al MNAC di Bucarest (2013), oltre che al Palais de Tokyo di Parigi, al Museum of Contemporary Art di Chicago, alla GAMeC di Bergamo. Nel 2011 vince il Prix Marcel Duchamp, massimo riconoscimento per i giovani artisti contemporanei. Sue opere sono presenti nelle collezione di importanti Musei internazionali, tra cui il MOMA di New York, ed i prezzi di mercato sono in costante ascesa (ma ancora accessibili per il collezionista/investitore medio-piccolo), trainati dal recente trend rivalutativo dell’intero comparto dell’arte performativa e concettuale degli anni ’60-‘70.
Ghenie e Cantor rappresentano tuttavia solo il vertice (commerciale) di una piramide molto più ampia, costituita, da un lato, da una folta schiera di giovani artisti operanti soprattutto nella Fabrica de Pensule di Cluj Napoca - www.fabricadepensule.ro -, ma anche da alcuni artisti meno giovani, ed ancora poco noti, che hanno animato la scena artistica rumena tra gli anni ’60 e gli anni ’80 con lavori niente affatto marginali e ritardatari rispetto al clima artistico internazione di quegli anni.
Nel mio recente viaggio di studio a Cluj nel settembre di quest’anno, ho potuto conoscere da vicino la Fabrica de Pensule, fucina di giovani talenti nella quale si distinguono gli artisti della Galeria PlanB – www.plan-b.ro - (dove ha mosso i primi passi proprio Adrian Ghenie), e della Galeria Sabot – www.galeria-sabot.ro -, gestita dalla giovane appassionata gallerista Daria Pervain, nonché il lavoro di animazione culturale svolto dalla Organizzazione non profit (Intact Cultural Foundation - www.fundatiaintact.ro -) diretta da Florin Stefan, artista, curatore e professore di disegno presso l’Università d’Arte di Cluj.
Il rapporto personale e amichevole con Daria e con Florin, ma anche con Sebestyén Gyorgy Szekely, titolare della Galeria Quadro e della Zanglesgallery - www.zanglesgallery.com - , mi ha fatto comprendere meglio il retroterra artistico rumeno degli anni ’60 e ’80 sul quale si fondano queste nuove esperienze creative.
In quegli anni, si distinguono primariamente per la loro potentissima opera due straordinarie artiste operanti entrambe nell’area del concettuale e della Body/Land art di matrice femminista e libertaria: Geta Brătescu (Ploiești, 1926) e Ana Lupas (Cluj, 1940). La riscoperta internazionale delle due artiste rumene si ebbe nel 2008 con una memorabile esposizione, Geta Brătescu and Ana Lupas, presso la Galerie im Taxispalais di Innsbruck. Infatti, pur vantando entrambe un curriculum espositivo internazionale fin dagli anni ’70-’80 , all’estero, nel ventennio a cavallo del nuovo secolo, la loro opera era stata quasi dimenticata (1).


Ora, invece, dopo la consacrazione internazionale avvenuta negli ultimi anni con mostre personali nei principali musei europei e americani, istituzioni, gallerie e collezionisti internazionali si contendono le loro opere storiche (anni ’60 e ‘70) a prezzi crescenti (2).
Ma, oltre a Geta Brătescu e Ana Lupas, il panorama artistico rumeno presenta, nel periodo ‘60-’80, altri artisti di grande qualità, tra cui Paul Neagu (1938-2004), Doru Tulcan (1943), Florin Maxa (1943), Ion Grigorescu (1945), Alexandru Antik Sàndor (1950), Laurențiu Ruță-Fulger (1955), tutti operanti nell’area dell’arte concettuale e performativa, ed intensamente influenzati dal magistero della Brătescu.
In quegli stessi anni si distinsero sul fronte neo-costruttivista e cinetico Ştefan Bertalan (1930), Roman Cotoşman (1935-2006), Costantin Flodor (1936), i tre artisti che nel 1965 fondarono il gruppo artistico di avanguardia Group 111 (1965-69), e ancora, Vincentiu Grigorescu (1923), Diet Sayler (1939) e Liviu Stoicoviciu (1942), con soluzioni originali e culturalmente aggiornate.
Per concludere, dopo l’esplosione commerciale dell’arte contemporanea giapponese (soprattutto degli artisti del Gruppo Gutai, anni ’50-’60) e cinese (vedasi l’ultimo clamoroso caso di Ai Weiwei), siamo di fronte ad una tendenza di mercato orientata alla scoperta/riscoperta dell’arte contemporanea dei Paesi dell’Est.
E’ una occasione, per i collezionisti e per gli investitori in arte più avveduti, da cogliere al volo, anticipando le quotazioni a più zeri che si prevedono da qui a pochi anni.

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DIONISIO GAVAGNIN
ITALY

Art Advisor
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1. Riporto qui di seguito le principali esposizioni personali delle due artiste avvenute fuori dalla Romania prima del 2008.
Geta Brătescu: 1992 – The Myths and Stories of Geta Brătescu, Museum of Art and Archaeology, University of Missouri, Columbia, USA; 1990 – Galerie Arnold-Jotzu, Bad Homburg, Germany; 1985 – Lyngby Kunstforening, Lyngby, Denmark; 1976 –Verso il bianco, Accademia di Romania, Roma, Italia.
Ana Lupas: 2005 - Works on the Edge, A New Selection of the Collection of the Ludwig Múzeum 1 - Ludwig Museum; Museum of Contemporary Art, Budapest, Ungheria; 2000 - Global Conceptualism - Points of Origin, 1950s-1980s - MIT List Visual Arts Center, Cambridge, MA, SUA; 1999 - Global Conceptualism: Points of Origin 1950s–1980s, Queens Museum of Art (QMA), New York City, NY; 1985 - 18-th Bienal de São Paulo, Brasile; 1973 - Biennale de Paris.
2. Ad esempio, recentemente la Tate Gallery di Londra ha acquisito per la propria collezione permanente una installazione di Ana Lupas (The Solemn Process, 1964–2008) ad una cifra intorno alle 300 mila sterline. La Tate ha anzi istituito recentemente un comitato scientifico per la acquisizione di opere d’arte contemporanea dai Paesi dell’Est (Russia and Eastern Europe Acquisitions Committee and Tate Members 2016).